
Un breve racconto che ho scritto per un contest letterario.
Scritto con la tristezza nell’animo ed il cuore in pungo, o almeno così mi piace pensare.
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Le prime ombre della sera calavano sulla città; giù nella via tutto era vuoto e silenzioso. La gente non passava mai di lì, il corso principale era proprio dall’altra parte della casa, coi suoi bei negozi, le vetrine luminose, i bar affollati…
Un cielo stellato d’inizio primavera si stendeva sopra la città. Vista da lassù tutta quella folla, che scorreva dolcemente per le vie della città, come l’acqua di un fiume, doveva sembrare così piccola ed insignificante. Avrebbe avuto modo di verificare. Una brezza fredda gli accarezzava il viso, ma non un brivido lo percorreva. Stava lassù, su quel balcone, immobile, come una statua di marmo. E pensare che dentro quel freddo involucro vi erano così tanti pensieri, così forti emozioni; eppure nessuno se ne era mai accorto. La mente gli tornò ad una settimana prima: era andato a ritirare la chitarra nuova, a scuola era andato tutto una meraviglia, ogni brutto pensiero spazzato via. Aveva parlato a lungo, per due interi pomeriggi, con quel ragazzo che abitava dall’altra parte della città. Gli voleva un bene dell’anima. Lo chiamava “fratellone”; aveva quasi dieci anni in più di lui, eppure lo capiva come nessun altro. Lo aveva sempre aiutato ad uscire dalle situazioni più difficili, proprio come avrebbe fatto un fratello maggiore. Gli ripeteva sempre “Se la vita ti morde, tu mordila più forte”; probabilmente era stato quello il filo che l’aveva sorretto negli ultimi mesi. Per due intensi, bellissimi pomeriggi avevano discorso del più e del meno, passando dalla musica alla filosofia. Come gli sembravano lontani nel tempo quei giorni. Quello che lui definiva un “porco mondo” sembrava essere ormai sparito, niente più che un’ombra del passato. La vita gli sorrideva, tutto andava come meglio non si poteva. Poi tutto era crollato. Come e quando di preciso non lo sapeva bene neanche lui, solo un giorno tutto era caduto, come uno di quei vecchi palazzi che sembrano belli e solidi e poi, d’improvviso, senza neanche uno scricchiolio di avviso, crollano. Sollevano fumo e polvere, e poi tutto ritorna alla normalità, le macerie col tempo vengono portate via e non resta nulla. Il Nulla. La cosa che lo terrorizzava più di tutte. La morte è un destino irreversibile per tutti, non vi è modo di sconfiggerla, almeno quella fisica. Ma anche per chi non è credente vi è una vita eterna, che è quella del proprio nome scritto nella storia. Da Cesare a Napoleone sono morti tutti, ma la memoria umana ha serbato un piccolo posto speciale per tutti loro. Per lui non ve ne sarebbe stato, di posto. Perché non accontentarsi di qualcosa di meno? Spesso se l’era chiesto. E ci aveva anche provato. Ma nella cultura del suo tempo, alla sua età, un aspetto comune e un atteggiamento diverso erano un muro insormontabile. A ben pensarci aveva ancora molto; aveva un futuro, al contrario di molti altri. Ma del futuro si vive domani, non oggi. E aspettava quel domani da troppo tempo. Il suo ultimo, disperato tentativo era stato quello di rifugiarsi dietro ad un muro di solitudine e gelida indifferenza. Non l’avesse mai fatto. Il vento della depressione spazza via tutto, le vallate della solitudine la amplificano soltanto. E anche quell’ultimo muro gli era caduto addosso. Cadere, cadere, questa azione l’aveva sempre accompagnato; l’avrebbe tenuto per mano fino alla fine. Alla rosea luce del tramonto vide una timida rosa appena sbocciata nel vaso alla sua destra. Quanto adorava quel fiore. Un dolce addio di quel grigio mondo. Ormai il sole era calato dietro le colline, illuminati dai lampioni vedeva ragazzi felici passare in strada, o almeno lui li reputava tali. Gli riaffiorò alla mente il ricordo di una ragazza. Quanto l’aveva amata; e lei l’aveva compreso solo a metà, decisamente troppo poco. Basta pensare, era ora. Un leggero scricchiolio. E la brezza fresca di una bella serata di primavera accarezzò il suo viso per l’ultima volta.